(dal latino
regio: linea di confine). Parte, di varia ampiezza, della
superficie terrestre, che si delinea come entità unitaria distinguendosi
dai territori circostanti o per determinate caratteristiche fisiche o per
specifiche condizioni storiche. In entrambi i casi sono in genere riconoscibili
confini naturali (mari, monti, fiumi, ecc.) o caratteri omogenei (morfologici,
climatici, antropici, economici, culturali, ecc.) in base ai quali viene
individuata e definita la
r. stessa:
r. alpina,
industriale, ecc. ║ Ciascuna delle 20 circoscrizioni amministrative, a
base storico-geografica, in cui è ripartito il territorio nazionale della
Repubblica italiana (V. OLTRE). ║ Vasta sezione dello spazio o della volta
celeste. ║ Ognuno dei quartieri in cui era anticamente divisa la
città di Roma. Per analogia, nell'archeologia cristiana si chiamano
r. le diverse parti in cui erano divise le catacombe. • Dir. can. -
R. pastorale:
circoscrizione eretta dalla Santa Sede, su proposta
della Conferenza episcopale locale, e costituita dall'unione di più
province ecclesiastiche tra loro limitrofe. L'assemblea dei vescovi della
r. ha il compito di favorire e sostenere un'attività pastorale
comune e la cooperazione tra le chiese particolari che sono parte della
r. stessa. La Santa Sede, in casi particolari, può trasferire
alcuni dei poteri specifici della Conferenza episcopale nazionale ai vescovi di
una
r. ecclesiastica. In Italia esistono 18
r. pastorali.
• Aer. -
R. aerea: per l'aeronautica militare italiana, ente
territoriale con funzioni sia logistiche, sia tecnico-amministrative, sia di
comando sui reparti di volo che ospita. Milano, Roma e Bari sono le sedi
rispettivamente della I, II e III
r. aerea italiana, ciascuna delle quali
è organizzata in sei sezioni (servizi, demanio, armamento, commissariato,
telecomunicazioni, sanità), e uno stato maggiore. • Mil. -
R.
militare: nell'organizzazione territoriale dell'esercito italiano, una delle
sette circoscrizioni, a loro volta suddivise in zone, che ospitano enti e
reparti militari. Sono dotate di un comando proprio, retto da un generale di
corpo d'armata, cui spettano i compiti amministrativi, disciplinari, ispettivi,
di addestramento e mobilitazione relativi alla
r. stessa. ║
R.
fortificata: territorio difeso da un complesso organico e sinergico di opere
fortificate. • Anat. -
R. anatomica: ognuna delle partizioni
secondo le quali gli studiosi, mediante linee convenzionali e in base a criteri
topografici, rappresentano il corpo umano. Ciascuna deriva il proprio nome
dall'organo più importante in essa compreso. • Meteor. -
R.
meteorologiche italiane: aree che presentano condizioni climatiche
relativamente uniformi, in quanto condividono i medesimi fattori geografici
(presenza del mare, altitudine dei rilievi, esposizione a venti costanti, ecc.).
Complessivamente sono sette (alpina, padana, adriatica, ionica, ligure, versante
tirrenico, isole maggiori) definite in base all'analisi dei parametri di alcune
condizioni climatiche, quali temperatura, precipitazioni e umidità
relativa. • Geogr. - Il concetto di
r.
fisica o
naturale si costituì nel XVIII sec. a indicare un territorio
circoscritto da confini naturali netti (monti, fiumi, ecc.), dotato di caratteri
omogenei e chiaramente connotato da forti differenze rispetto al territorio
circostante. Tale definizione (confermata ai primi del Novecento dal francese P.
Vidal de La Blache) nasceva dalle radici umanistiche della disciplina geografica
e rappresentava la
r. come un territorio dotato di caratteri corografici
uniformi sul quale l'uomo aveva prodotto un genere di vita, abitativo ed
economico, altrettanto uniforme. Questa impostazione restò in uso, almeno
in Italia, fino agli anni Sessanta e in base ad essa i geografi hanno prodotto
studi essenzialmente descrittivi delle caratteristiche originali di una
r., mediante un modello canonico: analisi geologica, morfologica e
climatica; analisi culturale e storica degli insediamenti; rilievo demografico e
descrizione delle attività produttive. Tra il 1960 e il 1970, tuttavia,
si impose un importante mutamento disciplinare che pose al centro delle ricerche
regionali più che la descrizione formale, l'analisi delle strutture (sia
relative alla geografia fisica sia a quella umana) e, soprattutto, della loro
interdipendenza. Ne conseguì una definizione di
r. non più
come spazio originale e chiuso, ma come territorio organizzato intorno a un
centro polarizzatore, che può essere rappresentato da una rete urbana, da
una concentrazione industriale, ecc. Furono elaborate due teorie, per
così dire «funzionaliste», mediante le quali individuare aree a
carattere regionale: quella delle località centrali, elaborata da W.
Christaller già negli anni Trenta, poneva all'origine dell'aggregazione
territoriale di una
r. le attività urbane del terziario, in
particolare commerciali. La teoria detta del polo di sviluppo riteneva, invece,
che le
r. si organizzassero in funzione dell'indotto esercitato sul
territorio circostante dalle concentrazioni di attività industriali,
specie se tecnologicamente innovative. Nel medesimo quadro metodologico si
inseriva la distinzione tra
r. elementare, riconosciuta in forza della
rilevabilità di un unico fenomeno costitutivo (ad esempio, una
r.
botanica si definisce per la presenza di una determinata specie
vegetale), e
r. complessa, interessata da una pluralità di
fenomeni (ad esempio, una
r. agraria è tale grazie al concorso di
fattori climatici, geografici, umani e tecnologici). Un ulteriore progresso
nelle ricerche a carattere regionale è stato compiuto negli ultimi
decenni del XX sec., passando da un concetto statico di
r. come
territorio aggregato intorno a un centro gravitazionale (urbano, terziario o
industriale che sia), a quello di sistema aperto, rispondente perciò alla
teoria generale dei sistemi. In base ad essa, la
r. è considerata
come uno spazio in cui tutti gli elementi, sia fisico-naturali sia umani,
agiscono in dipendenza reciproca, al punto che la variazione di un parametro
comporta quella, più o meno ingente, di tutti gli altri.
Nell'interpretazione sistemica, dunque, la regionalizzazione è
conseguente non tanto alla capacità di polarizzazione esercitata da sedi
urbane di funzioni terziarie o da poli produttivi, quanto ai processi innescati
da relazioni di interdipendenza tra le strutture fisiche del territorio
(corografia, geologia, idrografia, clima, ecc.) e strutture antropiche
(demografia, comunicazioni, attività produttive, ecc.). Connessa
all'approccio sistemico, d'altra parte, è anche una nozione non
più statica ma dinamica di
r., sia perché essa viene
definita in funzione dei
processi che intercorrono tra gli elementi del
sistema, sia perché tali processi possono configurarsi come lineari e/o
di crescita (nel caso in cui tutti i fattori coinvolti mantengano un rapporto
costante e direttamente proporzionale) oppure di sviluppo e/o crisi (nel caso in
cui il comportamento di uno degli elementi induca una modifica sostanziale dei
rapporti di interdipendenza, cambiando di conseguenza la struttura stessa). In
questo caso l'esito sul territorio del processo di regionalizzazione può
variare, tanto dal punto di vista dell'aggregazione degli insediamenti o dei
centri di riferimento, quanto da quello strettamente economico e produttivo
(localizzazione degli stabilimenti, tipo di attività, modalità di
produzione, ecc.). Un esempio illuminante di processi di crisi e sviluppo con
ricadute sulla regionalizzazione è dato, su scala macrogeografica, dal
mutamento innescatosi nel territorio dell'ex Unione Sovietica in seguito ai
rivolgimenti politici e istituzionali dei primi anni Novanta. ║
R.
fitogeografiche:
aree di distribuzione delle specie vegetali sulla
superficie terrestre, chiamate anche
zone floristiche, determinate in
base a criteri geografici e ad un complesso di fattori biotici (tipo di terreno,
disponibilità di acqua, condizioni macro e microclimatiche,
luminosità, ecc.). Tale suddivisione, per il fatto stesso di definire le
località di diffusione delle specie vegetali, permette altresì di
riconoscere i fattori che favoriscono la loro ambientazione e ha dunque una
ricaduta positiva sulla conoscenza dell'ecologia della zona stessa. Le
r.
comprendono spesso territori piuttosto vasti, caratterizzati, nella maggior
parte dei casi, dalla netta prevalenza di alcune specie su altre (è stata
rilevata in tal modo l'esistenza di specie cosiddette
cosmopolite, la cui
area di diffusione riguarda moltissime
r., o al contrario di specie
endemiche, relative a singole e circoscritte località, come una
valle, un'isola, un arcipelago). Una
r. fitografica può risultare
dunque costituita da una sequenza di territori senza soluzione di
continuità o da zone disgiunte tra loro ma affini per fattori
morfologici, climatici, ecc. ║
R. zoogeografiche terrestri:
partizioni della superficie terrestre definite in base alla presenza di
determinate associazioni faunistiche. Il territorio di distribuzione di una
specie viene stabilito in base all'analisi di vari fattori (quali esigenze
minime per la sopravvivenza, capacità di diffusione, età della
specie, coefficiente temporale di diffusione, ecc.) e, generalmente, i suoi
limiti coincidono con barriere ecologiche (morfologiche o climatiche) nette che
inibiscono la diffusione stessa: ciò è particolarmente evidente in
zone di alta montagna, o lungo le coste marine, o al margine dei deserti o
comunque in territori tra loro limitrofi che presentano però condizioni
climatiche marcatamente differenti. Si riconoscono tre macroregioni:
l'
Artogea, che
comprende le
r. paleartica, neartica,
etiopica e orientale; la
Neogea, costituita dalla sola
r.
neotropicale; la
Notogea, costituita dalla
r. australiana.
Ciascuna di esse può a sua volta essere suddivisa in sottoregioni.
║
R. fitogeografiche marine: possono essere definite in base a
diversi criteri: geografici (
r. polare,
nord-atlantica,
sud-atlantica, indopacifica, pacifica); climatici o della temperatura delle
acque (
r.
boreale, antiboreale, tropicale) o ancora in relazione
alla profondità dei fondali (
r. costiera, pelagica). • Dir.
- In quanto realtà storica e geografica, le
r. italiane hanno la
loro origine più lontana nelle circoscrizioni censuarie (e non
amministrative) istituite da Augusto su tutto il territorio delle penisola e
incrementate nel numero e nella funzione (di Governo decentrato) dalla riforma
di Diocleziano nel III sec. d.C., fatto che agì forse come concausa nella
frammentazione territoriale e politica durata tanti secoli. Un'organizzazione
regionale, ossia il riconoscimento delle
r. quali enti territoriali ed
autonomi dotati di propri poteri e funzioni, fu reintrodotta in Italia dalla
Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 1948. L'"idea
regionale" era già stata proposta, ad opera di Minghetti, quasi subito
dopo l'unificazione nazionale, ma non ebbe fortuna per il timore che un simile
progetto potesse avere conseguenze negative per l'unità dello Stato e
significare di fatto un ritorno alle antiche circoscrizioni politiche. Del
resto, nel corso del Risorgimento si era sviluppato un ampio dibattito sulla
forma dello Stato. La sinistra del tempo - fortemente influenzata dalla
Rivoluzione francese ma non dal modello imperiale napoleonico - era per una
forma repubblicana e federalista, ritenuta più coerente con la storia
delle varie
r. geografiche e culturali del Paese, le quali avevano avuto
storie e amministrazioni le più diverse nel corso dei secoli, pur
conservando un intimo legame unitario nella lingua e nelle matrici culturali.
L'influenza delle grandi potenze del tempo ed anche l'abilità diplomatica
della monarchia sabauda fecero prevalere la soluzione monarchica e la graduale
annessione al Piemonte, con plebiscito, dei vari Stati nei quali era divisa
l'Italia. L'unificazione venne, pertanto, realizzata con l'estensione a
tutto il Paese del modello accentratore piemontese, fondato sulle prefetture, di
origine napoleonica. Questa tendenza politica fortemente accentratrice si
accentuò durante il regime fascista, che eliminò anche i pochi
spazi residui di rappresentanza locale: le ultime figure elettive furono
sostituite da funzionari ministeriali, che realizzarono il massimo controllo
centralista, sia finanziario che amministrativo. Ciò nonostante, alcune
città, prescelte come sede delle prefetture e degli uffici periferici che
esercitavano attività relative a più province, guadagnarono la
qualifica, tanto nel senso comune quanto ufficialmente, di capoluoghi
circoscrizionali. Dopo la seconda guerra mondiale il dibattito sulle
r. e
sulle autonomie locali, peraltro mai venuto meno, si riaccese. Nell'Assemblea
Costituente - che elaborò sia la Costituzione, sia gli Statuti delle
r. a ordinamento speciale (gli Statuti, infatti, vennero promulgati come
leggi costituzionali) - prevalse la scelta regionalista, ossia il convincimento
che il potere politico-amministrativo viene esercitato meglio se più
vicino alle esigenze degli amministrati e se controllato da questi. Fu
determinante anche la considerazione che il fascismo, nel 1922, aveva potuto
vincere "occupando" Roma e quindi il centro dello Stato. Un'articolazione
dell'Italia in organismi sub-statuali sparsi nel territorio avrebbe
costituito una rete di poteri tali da garantire le istituzioni democratiche da
colpi di stato. Pertanto l'Italia venne trasformata nel 1948 in uno Stato
regionale con l'istituzione delle
r. quali
enti territoriali
autonomi, comprendenti più province, e definiti in base a criteri
storico-geografici. Il principio su cui si basava lo Stato regionale era quello
del decentramento alle
r. di una serie di funzioni prima esercitate dallo
Stato. Un'altra importante caratteristica concerneva il controllo: nello Stato
regionale poteva essere impedita l'entrata in vigore di atti legislativi
regionali incompatibili coi principi generali della legislazione statale o
contrari agli interessi dello Stato, anche se non violavano la Costituzione. La
Costituzione italiana (art. 114) prevede che la Repubblica sia ripartita in
comuni, province, città metropolitane e
r.; queste ultime furono
inizialmente stabilite in numero di 14 a statuto ordinario (Piemonte, Lombardia,
Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo e
Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria), portate a 15 con l'istituzione
a ente autonomo del Molise nel 1963. Cinque
r. (Valle d'Aosta, Trentino
Alto-Adige, Sicilia, Sardegna e Friuli-Venezia Giulia), per la loro particolare
condizione - geografica (
r. di confine con popolazioni alloglotte),
storica, economica e sociale - avrebbero goduto di uno status particolare e
quindi di un'autonomia più pronunciata. Tali
r., dette a statuto
speciale, sono state dotate di ordinamento particolare, stabilito caso per caso
in relazione alle esigenze dei vari gradi di autonomia - comunque superiori a
quello delle
r. ordinarie -,
ordinamento
riconosciuto a
ciascuna di esse e sancito da leggi costituzionali (art. 116). A differenza
delle
r. a statuto ordinario, alle
r. a statuto speciale fu
riconosciuta anche la potestà legislativa primaria, ovvero il potere di
legiferare in determinate materie col solo limite delle norme costituzionali,
dei principi dell'ordinamento giuridico dello Stato e degli obblighi
internazionali. La scelta regionalista venne realizzata in tempi differenziati:
fu data la precedenza alle
r. a statuto speciale; quattro (Sicilia,
Sardegna, Trentino Alto-Adige e Valle d'Aosta) create nel 1948 ed una, il
Friuli-Venezia Giulia, nel 1963. Il trasferimento di competenze dallo Stato alle
r., iniziato solo nel 1970 con la prima legge attuativa del dispositivo
costituzionale, è stato condotto a più riprese con leggi e decreti
legislativi nel 1972, 1975, 1977. Un importante intervento in tal senso è
stato quello operato con la L.8-6-1990, n.142, che ha fissato i fondamentali in
materia di rapporti tra
r. a statuto ordinario ed enti locali: fermo
restando le esigenze di coordinamento e unità dei territori regionali, si
promuove un maggior esercizio delle attività amministrative mediante
province e comuni, affidando il coordinamento dei tre diversi livelli della
giurisdizione locale alla
r. che, mediante leggi regionali, stabilisce le
forme e i modi con i quali i vari enti contribuiscono alla pianificazione dello
sviluppo socioeconomico e del territorio. Tale legge attribuisce inoltre alle
r. il controllo sui comuni e sulle province, precedentemente esercitato
dalle prefetture o da altri organi statali: esso è esercitato dal
Comitato di Controllo Regionale (CO.RE.CO.), al cui giudizio compete rilevare la
legittimità o meno degli atti e, solo in casi esplicitamente previsti
dalla legge, valutarne il merito. ║ La Costituzione definisce la
r.
un ente territoriale, in quanto esercita i suoi poteri all'interno di un
territorio ben determinato e sulla popolazione in esso residente; autarchico,
perché può amministrarsi da sé nell'ambito, tuttavia, del
superiore ordinamento dello Stato; autonomo, nel senso che ha potestà
legislativa propria. Può, quindi, fare leggi anche se con le
modalità e nei limiti fissati dallo Stato. L'autonomia ha carattere
prevalentemente politico: la
r., infatti, nell'esercizio dei suoi poteri,
può darsi un indirizzo politico eventualmente differente con quello dello
Stato. La sovranità, invece, è caratteristica peculiare dello
Stato, in quanto in posizione di indipendenza rispetto a qualunque altro ente.
La
r., invece, incontra diversi limiti per cui è subordinata
rispetto allo Stato. Ad esempio, non può erogare sanzioni limitative
della libertà personale del cittadino, né adottare provvedimenti
che ostacolino la libera circolazione delle persone e delle cose fra le
r. L'art. 132 della Costituzione, inoltre, sancisce la
possibilità, mediante lo strumento di leggi costituzionali, di unire due
r. già esistenti o crearne di nuove, dietro richiesta di un certo
numero di Consigli comunali, che rappresentino almeno un terzo dei cittadini
interessati, e con l'approvazione, mediante
referendum, della maggioranza
della popolazione totale residente nelle zone. Sempre mediante
referendum
tra i cittadini e ratifica con legge ordinaria della Repubblica, è
possibile a singoli comuni o province staccarsi da una
r. per aggregarsi
a un'altra. Le attribuzioni giuridiche e amministrative delle
r. sono
state via via incrementate nel corso degli anni e del dibattito inerente al
federalismo e al decentramento dei poteri dello Stato. La L.18-10-2001, n.3 ha
costituito una svolta in senso federalista, riformando il Titolo V della seconda
parte della Costituzione. Sono stati conferiti maggiori poteri a
r.,
province e comuni, sia sul fronte legislativo che su quello fiscale, pur
rimanendo in vigore un regionalismo differenziato, che permette di riconoscere a
certe
r. maggiore autonomia. Tale revisione costituzionale, elaborata
durante il Governo di centrosinistra guidato da M. D'Alema e riaffermata
da un
referendum confermativo (svoltosi il 7 ottobre 2001, cioè
dopo la vittoria del centrodestra alle elezioni generali del 2001), ha
comportato la riscrizione dell'art. 117 della Costituzione nel senso di
un'inversione del criterio di ripartizione delle competenze, non di un
mero allargamento di competenze: alle
r. è riconosciuta piena
competenza legislativa, a parte alcune materie espressamente riservate allo
Stato - politica estera, immigrazione, rapporti con le confessioni religiose,
difesa e forze armate, moneta e tutela del risparmio e mercati finanziari,
tutela della concorrenza, ordine pubblico e sicurezza, perequazione delle
risorse finanziarie, determinazione dei livelli minimi dei servizi, norme
generali sull'istruzione, previdenza sociale, tutela dell'ambiente e dei beni
culturali, ecc. Sono stati accresciuti i poteri delle
r. su materie
cruciali come istruzione e ambiente, inoltre le autonomie hanno il compito di
organizzare i giudici di pace. Alle
r. è poi riconosciuta
l'autorità di intervenire nel processo legislativo dell'Unione europea,
quando le leggi comunitarie trattano materie di competenza regionale. Anche
l'art. 118 della Costituzione è stato riscritto introducendo nel nostro
sistema i principi di sussidiarietà verticale (o istituzionale) e
orizzontale (o sociale). Ciò significa conferimento delle funzioni
amministrative ai comuni, in quanto enti più vicini ai cittadini, e
maggiore responsabilizzazione della società civile nella gestione dei
servizi pubblici. Un altro principio su cui si basa la riforma in senso
federalista è l'autonomia finanziaria, in base alla quale ogni
r. si sostiene con proprie risorse. Il nuovo art. 119 della Costituzione
introduce infatti il federalismo fiscale stabilendo che gli enti locali possono
stabilire e applicare tributi propri, in più sono chiamati a
compartecipare al gettito di tributi erariali riferibili al loro territorio.
Tuttavia, la maggiore autonomia fiscale regionale non deve portare a tagli delle
entrate statali: alla legge ordinaria è infatti attribuito il compito di
istituire un fondo perequativo (ma senza vincoli di destinazione) per le zone
più svantaggiate. In più lo Stato ha il compito di rimuovere gli
squilibri sociali ed economici, destinando risorse aggiuntive in favore di
determinati enti locali. Con il nuovo ordinamento è poi istituito in ogni
r. il Consiglio delle autonomie locali, quale organo di consultazione tra
r. ed enti locali, e vengono soppressi istituti di impronta centralista
ancora presenti in Costituzione, come quello del commissario governativo, che
l'art. 124 della Costituzione (abrogato con la riforma) istituiva in ogni
capoluogo di
r. Infine, è entrata nella Costituzione la promozione
della "parità d'accesso tra donne e uomini alle cariche elettive", in
quanto questo importante compito viene attribuito alle leggi regionali.La Legge
costituzionale 22-11-1999, n.1, sull'elezione diretta dei presidenti delle
r. e la Legge costituzionale 31-1-2001, n.2, che estende la riforma alle
r. a statuto speciale, avevano del resto aperto importanti spazi per una
nuova fase dell'autonomia regionale: le
r., da un lato, sono tenute ad
utilizzare tutti gli spazi offerti dalla revisione costituzionale; dall'altro,
sono state chiamate alla redazione dei nuovi Statuti, atti dotati di un
amplissimo margine di autonomia che, in armonia con la Costituzione, determinano
la forma di governo e i princìpi fondamentali di organizzazione e
funzionamento di ciascuna
r. Lo Statuto regola l'esercizio del diritto di
iniziativa e del
referendum su leggi e provvedimenti amministrativi della
r. e la pubblicazione delle leggi e dei regolamenti regionali. Tali
Statuti sono approvati e modificati dal Consiglio regionale con legge approvata
a maggioranza assoluta dei suoi componenti. Per tale legge non è
richiesta l'apposizione del visto da parte del Commissario del Governo. Il
Governo della Repubblica può promuovere la questione di
legittimità costituzionale sugli Statuti regionali dinanzi alla Corte
costituzionale entro trenta giorni dalla loro pubblicazione. Lo Statuto è
sottoposto a
referendum popolare qualora entro tre mesi dalla sua
pubblicazione ne faccia richiesta un cinquantesimo degli elettori della
r. o un quinto dei componenti del Consiglio regionale. Lo Statuto
sottoposto a
referendum non è promulgato se non è approvato
dalla maggioranza dei voti validi. ║ Gli organi costitutivi della
r. sono il Consiglio, la Giunta esecutiva e il presidente della
r.
Al Consiglio regionale, in quanto organo deliberativo, è affidata in
primo luogo la funzione legislativa, ma anche quella di indirizzo e di controllo
sull'attività esecutiva della Giunta, oltre a eventuali altre competenze
ad esso attribuite dallo Statuto regionale stesso. L'organo legislativo della
r. è quindi unico, a differenza del Parlamento nazionale che si
articola, invece, nella Camera dei Deputati e nel Senato della Repubblica. Il
Consiglio elegge tra i suoi componenti un presidente e un ufficio di presidenza.
Il sistema di elezione e i casi di ineleggibilità e di
incompatibilità dei consiglieri regionali nonchè del presidente e
degli altri componenti della Giunta regionale, devono essere disciplinati da una
legge regionale nei limiti dei princìpi fondamentali stabiliti con legge
della Repubblica, che stabilisce anche la durata degli organi elettivi. In ogni
caso, nessuno può appartenere contemporaneamente a un Consiglio o a una
Giunta regionale e ad una delle Camere del Parlamento, ad un altro Consiglio o
ad altra Giunta regionale, oppure al Parlamento europeo. Il Consiglio regionale
si compone di un numero di consiglieri proporzionale alla popolazione residente
accertata nell'ultimo censimento. Il rinnovo dei membri consiglieri avviene ogni
5 anni, regolato dalla L.23-2-1995, n.43, secondo un sistema di tipo
maggioritario (da alcuni definito plurinominale con forte premio di
maggioranza): l'80% dei seggi è attribuito proporzionalmente ai voti
ottenuti da liste presentate nei singoli collegi provinciali ma
obbligatoriamente collegate a una lista regionale. Le liste regionali, a loro
volta, devono essere sostenute da una o più liste presenti in almeno la
metà delle province: esse concorrono all'assegnazione del restante 20%
dei seggi (che costituisce il premio di maggioranza o governabilità),
ottenuto dalla lista con più voti su base, appunto, regionale. Il
cittadino esprime, dunque, un primo voto per scegliere la lista provinciale,
avendo anche la possibilità di indicare la preferenza per un candidato;
un secondo voto per scegliere la lista regionale cui attribuire il premio di
maggioranza. I due voti possono anche essere disgiunti, cioè riferiti a
una lista provinciale e a una regionale non collegate tra di loro. Ogni
formazione regionale è guidata da un proprio capolista che con
sarà, in caso di vittoria, il presidente della
r. La lista
vincente gode del premio di maggioranza (pari, superiore o inferiore al 20% in
rapporto a un risultato rispettivamente compreso tra il 40% e il 50%; inferiore
al 40%; superiore al 50%) per assicurare la stabilità di Governo della
r. Il Consiglio regionale, infine, può essere sciolto nel caso in
cui, per dimissioni dei suoi membri o per impossibilità politica di
formare una maggioranza di Governo, non possa svolgere le sue funzioni oppure,
con decreto motivato del Presidente della Repubblica, possono essere disposti lo
scioglimento del Consiglio regionale e la rimozione del presidente della Giunta
che abbiano compiuto atti contrari alla Costituzione o gravi violazioni di
legge. Lo scioglimento e la rimozione possono altresì essere disposti per
ragioni di sicurezza nazionale. La Giunta regionale ha invece funzioni
esecutive, nel senso che deve dare attuazione alle leggi e, in genere, alle
deliberazioni del Consiglio regionale. Il numero degli assessori che compongono
la Giunta e le modalità della loro elezione sono stabiliti dallo Statuto
della
r. Le competenze della Giunta sono stabilite dallo statuto e dalle
leggi regionali al fine di coadiuvare il presidente nei suoi compiti; ogni
assessore assume la responsabilità di uno o più dicasteri inerenti
ai servizi pubblici di competenza regionale (sanità, trasporti, ambiente,
ecologia, bilancio, agricoltura, industria, ecc.) e ne è responsabile
verso la Giunta. Quest'ultima, a sua volta, risponde politicamente al Consiglio
dei suoi atti collegiali e di quelli degli assessori. Il coordinamento delle
attività di ogni settore è comunque proprio del presidente della
Giunta al fine di assicurare la coerenza di indirizzo. Il presidente della
Giunta – secondo quanto disposto dalla Legge costituzionale 22-11-1999,
n.1 - viene eletto a suffragio universale e diretto, salvo che lo Statuto
regionale disponga diversamente. Il presidente esercita funzioni che per un
verso richiamano quelle del presidente della Repubblica (promulgazione delle
leggi regionali ed emanazione dei regolamenti regionali, rappresentanza generale
della
r., convocazione dei comizi elettorali, indizione del
referendum popolare) e, per un altro verso, invece, sono analoghe a
quelle del presidente del Consiglio dei Ministri (nomina e revoca degli
assessori, convocazione e presidenza della Giunta, enunciazione della
volontà di quest'ultima). Avendo la responsabilità delle funzioni
amministrative delegate dallo Stato alla
r., in tale ruolo egli è
anche ufficiale di Governo. Il Consiglio regionale può esprimere la
sfiducia nei confronti del presidente della Giunta mediante mozione motivata,
sottoscritta da almeno un quinto dei suoi componenti e approvata per appello
nominale a maggioranza assoluta dei componenti. L'approvazione della mozione di
sfiducia nei confronti del presidente della Giunta eletto a suffragio universale
e diretto, nonché la rimozione, l'impedimento permanente, la morte o le
dimissioni volontarie dello stesso comportano le dimissioni della Giunta e lo
scioglimento del Consiglio, e quindi lo svolgimento di nuove elezioni.
Le regioni italiane